Dei Cavalera Conspiracy, o "mettere il -core nel metal: istruzioni per l’uso".

giugno 27th, 2011 § 0 comments § permalink



Dei Cavalera Conspiracy non si potrebbe che parlare bene, perlomeno nell’ambiente metal, se l’ambiente metal fosse un mondo più giusto. È difficile non riconoscere nel side-project (sempre meno “side”) di Max e Iggor Cavalera una ripresa di certe radici che non era certo scontata, specie dopo alcune discutibili prove a firma Soulfly (Dark Ages su tutte), che avevano visto un Cavalera (Max) sempre più impegnato a mostrarsi nelle veste di guru, di santone metal, più che di chitarrista/cantante/compositore.

Inflikted, nel 2009, riuscì in una duplice impresa: quella di riportare Max Cavalera alle sonorità a lui più congeniali, facendo dimenticare le aperture a ritmi diversi tipiche dei Soulfly, e al contempo riunire i due fratelli, separati da circa un millennio, ovvero da quando Max se ne andò dai Sepultura, lasciando il posto al pur bravo Derrick Green.
Cavalera Conspiracy, dunque, CC: Inflikted è un disco notevole, una piccola gemma thrash metal/hardcore che spazza via dalla scena metal più di dieci anni di sperimentazioni metalcore/nu-metal malriuscite e ridondanti, quando non apertamente ridicole.
I fratelli Cavalera dimostrano che bastano dei riff quadrati e veloci, una batteria sempre tirata, un buon bassista e dei testi che, nella migliore delle ipotesi, si possono definire tardo-adolescenziali per fare un disco metal come si deve.
Blunt Force Trauma è il secondo disco dei Cavalera Conspiracy: l’attesa non era certo alle stelle, nemmeno nell’ambiente metal (tutto preso a seguire evoluzioni di gente che già partiva senza idee dieci anni fa, tipo gli Slipknot). Non è possibile prevedere quanto riusciranno i fratelli Cavalera a penetrare nel mercato quasi “clandestino” degli appassionati di musica pesante (il disco è uscito a marzo), ma quello che è certo è che ignorare un disco come questo, per gli appassionati del genere, è un grosso errore.
L’attacco è fulminante, forse anche più fulminante di quello di Inflikted: i Cavalera Conspiracy mostrano una precisa padronanza degli strumenti senza eccedere in noiose prove di abilità tecnica. I riff sono, come da tradizione, veloci e precisi, la batteria pesta, pesta eccome, e Marc Rizzo alla chitarra infila degli assoli veloci che danno ritmo a tutto il disco. Max alla voce è in gran forma, pare a volte di sentire qualche filtro, qualche effetto eco, cosa che “sporca” le linee vocali rendendo il tutto ancora più impastato, più omogeneo.

È un disco che dura una mezzoretta, corto e capace di colpire anche l’ascoltatore metal più smaliziato. Killing Inside, il primo singolo, I Speak Hate e la notevolissima Burn Waco mostrano una struttura che cerca il groove e lo trova sempre, mescolandolo efficacemente con le tirate hardcore. Non annoia, non infastidisce: Blunt Force Trauma è una piacevolissima conferma della seconda giovinezza dei fratelli Cavalera.
Chiude il tutto la cover di Electric Funeral dei Black Sabbath, ovvero il miglior pezzo della storia del metal: con Iggor Cavalera che si diverte un sacco ad essere Bill Ward, e si sente benissimo.
In definitiva, il disco funziona benone, e risulta piacevolissimo. Deve piacere il genere, ovviamente, e si sappia che qui, di novità, di tratti innovativi, non se ne trovano.

Ma, fidatevi, è meglio così.
9/10

Au Revoir Simone: Still Night, Still Light

maggio 4th, 2011 § 0 comments § permalink


Le Au Revoir Simone hanno tantissimi meriti: in primis permettono al titolare del blog di rilassarsi con una facilità disarmante; basta mettere su un disco a caso, per esempio The Bird of Music, quello del 2006, e il mondo acquista una luce diversa.
Di default il gruppo del “torno a casa in macchina, da solo, di notte”, le sonorità così dilatate, così eteree, aggraziate, delicate sono una miscela di sintetizzatori, batteria elettronica e voce sognante.

Le tre ragazze – Erika Forster, Annie Hart ed Heather D’Angelo – sono belle, e sono brave. Costruiscono un’estetica fatta di vestitini svolazzanti e piedi scalzi, di natura, di provincia e di città (tutte viste in inverno), libera dall’inquietudine, dai problemi, dai dubbi: parlano di amore, di vita, di piccole cose, di momenti felici e riflessioni sui sentimenti. Sono un gruppo pop, nella migliore delle accezioni possibili.

A parte in Still Night, Still Light, il loro disco del 2009. Probabilmente frutto di una maturazione professionale e umana, le Au Revoir Simone mandano in stampa il loro lavoro meno accessibile, meno “facile” da ascoltare (non siamo dalle parti di un gruppo prog, ma insomma, ci siamo capiti), eppure anche quello più riuscito.
Still Night, Still Light è il racconto di una ragazza che ha messo via il diario delle superiori, quello con la foto del ragazzo conosciuto in vacanza, è il racconto delle separazioni, delle partenze, della lontananza, della ricerca di una felicità interiore. Lontana sì, ma certo ancora raggiungibile: ma gli ostacoli della vita sono tanti, e bisogna fare delle scelte.

E allora i ricordi si sporcano di blu scuro, e anche se la struttura è sempre la stessa – un pattern di batteria, le tastiere, le voci – qui tutto diventa più adulto, meno fiabesco. Più cupo, testi compresi. Shadows ne è un perfetto esempio: su una tastiera malinconica, una voce racconta di una separazione fisica tra una coppia di amanti – la scelta è dell’altro, potrà decidere se seguirla o meno. “Sto partendo, spero tu venga con me, perché non sono forte, senza di te. Non dare la colpa alle tue ombre, perché conosco tutto di te“.

È diverso, semplicemente diverso, dalla voce che diceva, in Stars (da The Bird of Music): “mi fai venire voglia di misurare le stelle con una calcolatrice e un righello“. C’è la voglia di raggiungere, come si diceva prima, uno stato d’animo migliore (Knight of Wand, ipnotica e notturna, dove il battito di mani che intervalla spesso le canzoni delle Au Revoir Simone diventa qualcos’altro), prese di coscienza (Only You Can Make You Happy), ritmi sincopati (Anywhere You Looked), strutture minimali (We Are Here).
Ma sono soprattutto le sensazioni regalate a rendere Still Night, Still Light il miglior disco delle Au Revoir Simone, e possibile capostipite di una scena musicale che, spero, non arriverà mai. Perché la loro è una miscela perfettamente calibrata, dove un elemento fuori posto può rendere stucchevole una composizione nel giro di un attimo.
Promosse a pieni voti, aspettiamo il prossimo disco.
Video live di Knight of Wand: andiamo, non le sposereste? Io sì. Tutte e tre.

 

Zeitgeist, la quasi recensione

aprile 12th, 2011 § 0 comments § permalink

Mesi e mesi fa ho scritto una cosa su Zeitgeist, il disco degli Smashing Pumpkins. Poi l’ho inviata a Mattia Ravanelli, che l’ha trascurata per tutto questo tempo.
Ora l’ha ritrovata e pubblicata sul suo blog a tema zucche: è qui, buona lettura!

Più che altro un petardo

febbraio 14th, 2011 § 4 comments § permalink

Verso la metà del 2007 usciva un gran bel disco, un gioiellino. Si chiamava One Cell in the Sea, ed era di una band che non era una band, visto che il nome A Fine Frenzy è semplicemente lo pseudonimo di Alison Sudol. Alison Sudol è una cantautrice americana di una venticinquina d’anni, e, devo essere sincero, mi colpì più che altro per i suoi meravigliosi capelli rossi – acquistai il cd per quello, e per la mia passione per le cantautrici.
Ma il disco, come vi dicevo, era proprio bello. Una cosa di pianoforte, di atmosfere eteree, di voce delicata. Un po’ noioso, ma come opera prima si faceva notare.
Un po’ come si fa notare la stessa Alison Sudol. Agevolo documento fotografico:
La simpatica Alison


Beh, insomma, il mio consiglio è di recuperare One Cell in the Sea: un disco che mi ha accompagnato in tante ore di studio, che da sentire in sottofondo è una delizia.
Però, insomma, non è finita qui. Perché Alison ne ha fatto un altro.
Il disco nuovo si chiama Bomb In A Birdcage, ed è un piccolo dramma.


OCITS aveva un grande merito: era molto furbo. Va bene il pianoforte, va bene le voci, ma sapeva gettare un sacco di piccoli spunti che poi, però, non raccoglieva: poteva essere il disco perfetto per gli insopportabili ascoltatori indie-rock/folk/pop, e restava nel raggio del cantautorato d’autore. Ma si vedeva che Alison mi poteva fare il botto, se parliamo di “scalare le classifiche”.
Bomb In A Birdcage è esattamente questo: il disco del bivio. Restare fedeli alle atmosfere sognanti e malinconiche o cambiare e infilarsi nel filone indie che tanto va di moda tra gli hipsters di tutto il mondo? Ve lo dico io: la seconda.


Non è che sia un brutto disco, eh, anzi: si parte abbastanza bene con What I Wouldn’t Do, anche se sono già evidenti i cambi di direzione: arpeggino indie, ritmo più sostenuto, fischiatine. Sembra una cosa fatta dai Vampire Weekend, se solo i Vampire Weekend fossero una stupenda ragazza con i capelli rossi con una voce da favola (i Vampire Weekend non lo sono, e infatti fanno pena).
Le atmosfere sono semplicemente diverse: New Heights deve molto alle Au Revoir Simone, per esempio, e il basso di Electric Twist somiglia a tante altre cose non proprio esaltanti sentite negli ultimi 6-7 anni.
Alison è sempre bravissima, quando fa le sue cose, vedi alcuni punti di Elements, quando tira fuori la voce e ci ricorda perché OCITS era così speciale.
Qualcosa si è spezzato, forse non irrimediabilmente: l’elemento squisitamente romantico e malinconico di Alison non c’è più, al suo posto ci sono melodie catchy e suoni elettronici.


Alison, ti preferivamo ragazza dei boschi. Ma ti perdoniamo, sei solo al secondo disco.


6/10


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