Il problema non è la caduta, è l’atterraggio

maggio 8th, 2012 § 0 comments § permalink

Per chi non ha mai visto “L’Odio”, film francese da recuperare assolutamente, duro come un mattone e bello quanto un diamante grezzo, a un certo punto si racconta una storia:

Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio per farsi coraggio si ripete: “Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene.” Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio

Domenica e lunedì ci sono state le elezioni amministrative: le analisi sono già state fatte, e si articolano all’incirca in questi punti qui, che riepilogo brevemente.

  • Il centrodestra si è disintegrato, e ci mancherebbe altro
  • Il Terzo Polo non è mai esistito, e siamo tutti contenti di ciò – tutti a parte D’Alema, che si conferma miope e poco accorto
  • Il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo ha stravinto: personalmente me lo aspettavo, ma forse non con percentuali così alte
  • Il PD ha tenuto

Mi concentrerei sugli ultimi due punti. Partiamo dall’ultimo.
Il PD ha tenuto, lo scrive anche Luca Sofri in un’analisi lucida e brillante:

[...] qui tra i puniti manca uno dei grossi partiti che sostengono il governo dei tagli e dell’austerità: ovvero il PD. E questo è forse il criterio maggiore con cui considerare quello del PD un successo, e rispettare una volta ancora – malgrado tutte le sue immobilità e spaesamenti – la solidità della sua forza. L’unico partito che non tracolla mai. Che forse è anche il maggior limite alla sua evoluzione, ma quella è storia di domani. Oggi se la sono cavata bene.

Credo che questo sia un punto di partenza interessante da cui osservare il PD: una creatura figlia di un’idea di politica innovativa, capace di andare oltre le divisioni classiche del centrosinistra, oggi in mano a chi – legittimamente – quell’idea ha sempre detto di volerla superare, dando al partito una fisionomia più classica, sì più riconoscibile per i tradizionali elettori di centrosinistra ma meno capace di emozionare e coinvolgere.

Il risultato di ieri è tutto sommato un buon risultato, nell’immediato, ma se non cambiamo immediatamente finiremo come l’uomo che continua a dire “fino a qui, tutto bene”: beh, stavolta abbiamo tenuto, è andata, dai.
Ma questo atteggiamento mentale rischia di trasformarsi per noi in un atterraggio violentissimo alle prossime elezioni: e al prossimo giro ci giochiamo tutto.
Sarà meglio, perciò, cominciare a prendere atto di un paio di cose:

  • L’attuale sgretolamento del centrodestra non durerà per sempre: quello spazio verrà occupato da qualcuno, ritornerà un aggregatore, e dovremo essere pronti. Non sarà Berlusconi, ma Berlusconi non è l’unico capace di far politica, in Italia.
  • E poi c’è il M5S, che potenzialmente potrebbe occupare proprio quel vuoto lì. Perché l’elettorato berlusconiano deluso non è un elettorato di destra tradizionale a cui possa piacere Alfano: è un elettorato rabbioso, di pancia, che ha bisogno di ricette facili e risposte semplici, e attualmente nessuno è capace di dargliele come Beppe Grillo.

È indubbio che Grillo peschi attualmente da sinistra e da destra, dai delusi di ambo le parti, ma ciò implica che non  sia possibile etichettare gli elettori del Movimento 5 Stelle: anche perché non sono nati esattamente ieri, qui in Emilia-Romagna fanno il botto da un bel po’.

Per rispondere a molte delle facilonerie sciorinate dai seguaci di Beppe Grillo non sono più efficaci le parole di sufficienza, quelle che nascondono (male) un fastidio per gli ultimi arrivati: bisogna proporre cose nuove, e facce nuove.
È necessaria, ora più che mai, una nuova classe dirigente: adesso, non domani, non dopodomani. Non sono più credibili i volti dei nostri stimati dirigenti, quelli che hanno passato vent’anni in Parlamento: a chi parla dell’immobilismo della politica bisogna rispondere con facce nuove e linguaggi nuovi.
Poi certo, si può anche continuare così: in fondo è andata bene, e poi a noi quei dirigenti piacciono, ci siamo affezionati, anche quando perdono (sempre). Ma se davvero la si pensa in questo modo, ci si assuma la responsabilità di non aver voluto cambiare le cose quando si era ancora in tempo, accettando di essere diventati conservatori.

 

La notte più bella

marzo 15th, 2012 § 0 comments § permalink

Hope Sandoval e David Roback: i Mazzy Star, semplicemente

Se esiste una donna capace di impersonare un certo modo di vivere il rock contemporaneo più intimista, profondo, a suo modo sensuale e sconvolgente, quella è Hope Sandoval.
Sandoval è una bellissima donna di più di quarant’anni. Ad un certo punto, quando ancora non aveva quarant’anni, ma molti di meno, si è ritrovata a cantare sulle linee di chitarra di David Roback: loro due si chiamavano Mazzy Star, ed erano un duo fenomenale. Sono bastati tre dischi – dalla qualità altalenante, a onor del vero – per proiettarli in quel cerchio magico di band di culto, ma dal profilo mai esageratamente elevato: la cosa era dovuta in primis al modesto successo dei loro dischi (quello di cui parliamo qui, So Tonight That I Might See, raggiunge la Top 40 solo grazie ad un singolo particolarmente azzeccato) e alla loro ritrosia nel concedere interviste.

Se quel modo di concepire il rock e la musica in generale – un modo fatto di sperimentazione, di chitarre distorte ad arte, di atmosfere sognanti e testi che ponevano l’accento sulla malinconia di una generazione irrimediabilmente “di passaggio” come quella che poteva ascoltarli negli anni ’90 – era, appunto, molto caratteristico degli anni ’90, ancor oggi i Mazzy Star si rivelano, forse un po’ a sorpresa, portatori di un modo attuale, interessante e, paradossalmente, nuovo di concepire la psichedelia e le sensazioni dilatate e “fumose”.
Quello che maggiormente sorprende, ancor oggi, è quanto quella malinconia, che era poi una visione del mondo offuscata, opaca, piena di dubbi, sia ancor oggi portatrice sana di empatia con l’ascoltatore.

So Tonight That I Might See, il loro disco più famoso e, col senno di poi, più bello e iconico, ascoltato oggi, porta le stesse sensazioni che poteva portare negli anni ’90 (primi anni ’90, 1993). Con il suo mix di psichedelia, di folk allucinato sì, ma nella sua declinazione più “dark” possibile, di shoegaze annacquato e di riff e arpeggi di chitarra dilatati, i Mazzy Star costruiscono un disco che stupisce per quanto è coerente e irresistibilmente “solido”, senza mai annoiare.
Into Dust è, ancor più di Fade Into You (il singolo di cui parlavamo prima), l’esempio perfetto di quanto scritto sopra. Un semplicissimo arpeggio di chitarra, poche note, eppure classe e grazia da vendere. Senza neanche l’ombra di un’eccessiva patinatura in sede di produzione – non sono un esperto, ma credo che probabilmente Roback non avrebbe dato il proprio assenso ad un disco in cui si calcasse troppo la mano in fase di ripulitura e bilanciamento – ci si appoggia a pochi, piccoli elementi in grado di costruire un piccolo mondo sognante, cupo, eppure affascinante.

La voce di Hope Sandoval è qui a livelli incredibili. Non si esprime mai in virtuosismi sterili, non ha intenzione di mostrare cosa è in grado di fare: Sandoval interpreta. Lei per prima, infatti, dà forza e anima ad un disco che prende alcune strade estremamente coraggiose – ascoltare Wasted per averne un’idea: si immagini quel riff rallentato con un’altra voce. È impossibile, come è impossibile immaginare un’altra voce pronta a cantare “I felt like I’d been wasted / All day long / all day long” con questa intensità, con questo timbro pulito, sensuale, equilibrato.

Il disco non si distanzia troppo dal predecessore She Hangs Brightly: la ricetta è la stessa, ma l’equilibrio raggiunto qui, con tutti gli elementi incastrati al proprio posto, non lo si era raggiunto e non lo si raggiungerà più. Sebbene i Mazzy Star abbiano prodotto successivamente un altro disco, e Hope Sandoval abbia poi iniziato una discretamente proficua carriera solista, non si avranno più dischi come questo.
So Tonight That I Might See è un disco da riascoltare: per farlo al meglio, è consigliabile farlo in questi giorni, magari all’aperto, su un prato. Five String Serenade renderà al meglio, e sembrerà di avere i propri pensieri trasportati dal vento che soffierà durante l’ascolto. Perché ascoltando i Mazzy Star soffia sempre il vento: quello che si porta via tutte le parole dette e scritte, i dubbi, le incertezze. E per 51 minuti, il tempo si ferma.

Non è perfetto, e non è “facile”. Ma concedendogli un po’ di fiducia, So Tonight That I Might See lascia qualcosa: quello che lasciano i grandi dischi, soprattutto se meno conosciuti.

 

Gentle Spirit: qualcosa (non) è cambiato

febbraio 3rd, 2012 § 0 comments § permalink

Jonathan Wilson, già live con i Wilco e con un sacco di altra gente brava, firma uno dei migliori dischi degli ultimi anni

Jonathan Wilson è il tipico artista così deliziosamente out of time da riuscire a interpretare e, in un certo senso, impersonare tutti i segnali che arrivano dal tempo che passa, il nostro.
Classe 1974, barba e capelli lunghi, una carriera fatta di partecipazioni e produzioni sempre “giuste”: è difficile trovare elementi negativi nel curriculum di Wilson, che con il suo album d’esordio – non esattamente d’esordio: il primo disco da lui composto non è mai uscito, questo è in realtà il secondo – si mette definitivamente in gioco, permettendoci di incontrare la sua vera essenza, senza mediazioni, senza filtri.

Gentle Spirit, questo il titolo, colpisce per la schiettezza con cui non nasconde mai le proprie fonti di ispirazione, nemmeno millantando contaminazioni di cui, infatti, non c’è traccia: siamo dalle parti di un folk sincero, certo pieno di venature psichedeliche e “progressive”, ma sostanzialmente molto tradizionale, almeno per quelli che erano gli standard di quarant’anni fa. Probabilmente un disco del genere avrebbe potuto farlo un artista folk vissuto negli anni ’70, in ottima forma, accompagnato da David Gilmour alla chitarra, o da uno che gli somiglia molto, come giustamente nota Christian Rocca. Ecco, se qualcuno all’epoca avesse fatto un disco così, sarebbe stato molto simile a questo: e, credetemi, non è cosa da poco.

Come accennato, Wilson si azzarda ad aggiungere, al tipico suono folk, una chitarra progressive che si lega benissimo alla gentile voce di questo ragazzo del North Carolina: quest’ultima è, infatti, pronta ad accompagnarci in un viaggio fatto di composizioni estremamente lunghe e, per certi versi, tortuose. Le sezioni strumentali sono spesso molto estese, come nella splendida Natural Rhapsody, e ci sono alcuni passaggi notevoli, come il secondo brano del disco, Can We Really Party Today?, in cui c’è un curioso gioco su quello che è il tempo del ritornello, ripreso e accennato all’interno della canzone più e più volte, ma mai davvero sviscerato fino in fondo.

L’album non ha veri e propri difetti macroscopici. Qualcuno potrebbe parlare di una mancanza di innovazione: tuttavia, anche solo dopo il primo ascolto, ci si può accorgere di quanto la ricerca musicale che sorregge e anima il disco sia approfondita. Wilson, con animo gentile, lavora di fino, non ha intenzione di stupire, di utilizzare i fuochi d’artificio: brani come Don’t Give Your Heart To A Rambler o Waters Down, apparentemente semplici all’inizio, si prendono semplicemente il tempo che serve per raccontare, un passo dopo l’altro, quello che è un vero sogno.

La lezione di Wilson è che per fare le cose nel modo migliore bisogna prendersi il proprio tempo, in tutti i sensi: in quello della composizione e dello zeitgeist. Riflettere, e avere ben chiara la direzione di intraprendere, anche a costo di risultare leggermente derivativi: come mi scrisse una persona di cui ho grande stima, “è un grande privilegio avere dei sogni educati”.

Riformare gli animi

febbraio 2nd, 2012 § 0 comments § permalink

Ieri notte scrivevo della necessità di ponderare attentamente ogni singola parola: oggi quest’esercizio tocca a me, consapevole di stare affrontando una materia estremamente complicata e delicata, che è troppo spesso soggetta a banalizzazioni.
Da alcuni giorni continuo a pensare ad un dato: che le misure di questo governo Monti – che io ho sostenuto alla sua nascita e continuo a sostenere, seppur con alcune riserve di natura molto pratica (e dopo le elencherò)  - debbano essere accompagnate da segnali più incoraggianti.

È indubbio che la riforma delle pensioni del ministro Fornero – una riforma che andava fatta, con più gradualità, ma che andava fatta – colpisca una generazione che ha sì avuto il posto fisso e una serie di tutele che la mia non ha, ma che aveva già dato in passato e che, particolarmente per quanto riguarda il cosiddetto “ceto medio” (anche se i confini sono labili), non meritava un’ulteriore peso sulle proprie spalle. Lavorare anche solo qualche anno di più non è un peso da sottovalutare, anche se questo sacrificio si chiede sulla base di una “necessità” reale e condivisa.

Gli italiani sono un popolo che ama molto la retorica del sacrificio. Ci piace moltissimo la retorica del ripartire con un peso in più, rimboccarci le maniche per costruire un futuro ai nostri figli, ai nostri nipoti: c’è tutta un immaginario fatto di romanzi, racconti, cultura popolare che ci mostra come la sofferenza, le mani nella nuda torra siano necesarie per uno scopo più nobile.

Il problema è che poi questi sacrifici arrivano, e si scopre che le corporazioni – le prime a millantare quella retorica di cui sopra, “siamo brava gente e lavoriamo”: ascoltate i loro rappresentanti in televisione, quando ci vanno – questi sacrifici non sono molto propensi a farli. E quindi i farmacisti incrociano le braccia, i tassisti incrociano le braccia, eccetera, eccetera.
In questo senso, il governo non si è dimostrato all’altezza: chiunque abbia detto di no, supportato da una lobby, piccola o grande che sia, è stato risparmiato dalle liberalizzazioni.

I farmacisti sono salvi, i tassisti pure: seriamente, davvero? Un’ authority per i taxi, e un retrofront sulle farmacie? E soprattutto: niente sulle banche, su Trenitalia?
Questi dubbi cominciano a serpeggiare in mezzo alla gente: perché dovrei lavorare solo io al cambiamento di questo Paese?

Stiamo diventando un Paese col cuore in austherity, più che col portafogli: e penso non ci sia niente di peggio, in questa fase. Mario Monti dovrebbe pensare anche a questo, provare a spiegare le sue scelte non solo sulla fredda base delle casse dello Stato, ma anche da un punto di vista della visione complessiva, provando anche ad immedesimarsi e capire i bisogni delle persone più colpite dalle recenti manovre e, sì, lo dico, lavorare in maniera più empatica. Scherzando – ma non troppo – ho scritto al buon pfp un sms in cui chiedevo al governo la famosa patrimoniale, che è una cosa che penso da un po’ di giorni.

È un’esagerazione, in questa fase, me ne rendo conto, ma è il genere di azioni che servirebbe per ridare respiro a quelle persone che si sono viste colpite in maniera piuttosto repentina e che, non avendo -legittimamente – letto Ichino, o Fassina, o chi altro, hanno speranze che cominciano a vacillare, se già non sono crollate.
So che non si farà una patrimoniale, che non è possibile (un giorno mi si spiegherà bene perché da noi le cose “non sono possibili”: non è mai una scelta, non è mai colpa di nessuno, non ce n’è nemmeno la possibilità), ma so anche che non è stato fatto molto (eufemismo) per agevolare l’accesso al credito, per esempio, o per ridiscutere il ruolo delle banche nell’era della crisi. Nemmeno questo si poteva fare?

La mia prospettiva è la prospettiva di chi, convinto della necessità di fare politica da sinistra, senza preclusioni, e per un futuro migliore, vorrebbe che non venissero dimenticate le persone: perché è di loro che stiamo parlando. Quindi mi aspetto molto di più, da questo governo. Non dimentico ciò che c’è stato finora – Fornero non è Sacconi, tanto per dire, come Riccardi non è Calderoli – ma questa non può e non deve essere una scusante universale: ora tocca ai tecnici, e devono fare bene.

Il mio Partito, il Partito Democratico, faccia proprio questo: lavori, con umiltà e con compattezza, a riscoprire il fascino discreto del dialogo con le persone. Fornisca risposte, per quel che è possibile: si riscopra il lato umano della sinistra, la sua capacità empatica. Senza demagogia, senza promesse che non possiamo mantenere: torniamo ad essere i migliori in questo. Riscopriamo la capacità di dialogare all’interno, e poi partiamo. Io in primis lo farò, cercando di avere il miglior spirito possibile, fuggendo la faciloneria e dando spazio alle analisi.

Se saremo capaci di fare questo, saremo premiati, torneremo al governo, e potremo finalmente portare una ventata di sinistra moderna. Se ciò non accadrà, temo che per questo Paese saranno tempi ancora più duri.

Monti, Martone e gli sfigati col posto fisso

febbraio 2nd, 2012 § 0 comments § permalink

Quello che c’era da dire l’ha sintetizzato mirabilmente Cristiana: mi permetto soltanto di aggiungere una cosa che mi è venuta in mente giorni fa, relativamente alla vicenda di Martone. Credo che da questo governo ci si aspetti ancora molto, nonostante tutto, e al netto delle pensioni, della riforma del mercato del lavoro, della riduzione dei costi della politica che non arriverà, e nonostante la rinascita della lotta all’evasione fiscale, ecco, credo che la cosa che a questo governo non si perdonerà sarà qualunque momento di faciloneria, di leggerezza, di mancata ponderazione.
Le parole di Martone erano inascoltabili perché facili, scemotte, da bar: parte del problema e non della soluzione; allo stesso modo Monti si dimostra un po’ superficiale nel dimenticare che la vera monotonia, anzi, la vera rottura di palle è non avere l’accesso al credito. Di più: la vera disperazione, in tanti casi, è non averlo, il lavoro.

Quindi sarà meglio riflettere, e, in qualche caso, valutare anche l’opportunità di esternare meno. Sarà meglio per tutti.

Il complesso di Edopo

gennaio 11th, 2012 § 1 comment § permalink

La composta reazione standard dei grillini

Al momento di preparare l’evento del 3 dicembre con i ragazzi di Insieme per il PD e lo staff di Vittorio Prodi – parlavamo di ambiente, Europa, le cose che piacciono a noi insomma – decidemmo di inserire anche un video di Bergonzoni che, tra le tante cose, ci parlava di quello che lui definisce come complesso di Edopo: cominciare a chiedersi, dopo ogni moto di indignazione “e dopo?”.

Qualche giorno fa ho scritto un commento abbastanza sintetico (facciamo frettoloso?) ad un post di Assillo Politico in difesa di Beppe Grillo, articolo di Riccardo Brusori (che non conosco personalmente, a differenza di Jan e Pietro, ma con cui mi farebbe piacere scambiare due parole). Diceva così:

Fantastico: ancora con la cosa degli intellettuali radical-chic, credevo fosse terminata come moda. “Alternative al modello economico ecc” non ne vedo neanche dal Movimento.
Così, en passant: su Casaleggio? Niente?

Mi aspettavo una risposta, ma non pensavo che Riccardo mi avrebbe dedicato un intero post, come non pensavo che Riccardo fosse così colpito dalla mia argomentazione da attribuire carattere di universalità, dandomi addirittura del “voi”: ma d’altronde, e questo si sa, i ragazzi di Assillo Politico sono gentiluomini di altri tempi (io e Jan abbiamo spesso preso il thé insieme, durante l’occupazione, avvolti dalle nostre vestaglie).

Riccardo fa copia/incolla dal programma di Beppe Grillo, e mi fa notare come il Movimento 5 Stelle abbia fatto un numero di proposte clamoroso. In questo caso mi taccio.
Potrei certamente fare notare come la maggior parte delle cose che lì sono (tra)scritte siano niente di più e niente di meno di sparate da bar (“introdurre la class action”).
O sparate da bar per giunta incomplete: si parla di abolizione della legge Biagi. Bravi, e poi? Ah, beh, poi c’è il sussidio di disoccupazione: sì, ma il mondo del lavoro come lo si regolamenta? Non è dato saperlo.

Se volessi, potrei chiedere una cosa semplicissima. Alla voce “favorire le produzioni locali”, chiederei “come?”. Come si fa questa cosa?
Ogni singolo punto può essere demolito con un paio di domande. “Come?”, “e poi?”, e, tornando all’inizio del post, “e dopo?”. E dopo che succede? Succede che non c’è più niente da fare, da dire, perché non si hanno idee.
E mi dispiace (non è vero, non mi dispiace per niente) che tanti giovani si siano fatti abbindolare da Grillo e dalla propaganda dei suoi (del suo) spin doctor: è un peccato, in effetti, avrebbero potuto spendere energie nel creare una politica migliore, invece di seguire un guru che tutto ha, meno che idee e proposte.

Piccola parentesi. Aspetto ancora una risposta su Casaleggio: ogni volta che chiedo qualcosa su questo tema a un grillino, ecco che la risposta non arriva.

 

 

 

Le ore passate a guardare Sasha Grey

gennaio 2nd, 2012 § 7 comments § permalink

SIGLA!

Su Facebook un caro amico (mi permetto di definirti così, Pasquale, spero vada bene) ha pubblicato la seguente immagine, con il commento che riporto in didascalia

La nuova squallida campagna di Ryanair. C'è chi la chiama emancipazione femminile, in realtà è una nuova forma di sottomissione della donna. Più che una volontà emancipativa, rappresenta solamente il desiderio maschile, il quale brama seduzione e dominio. Non fatevi ingannare dal prezzo: non è quello dei biglietti, ma del calendario

Io ho riguardato l’immagine, e mi sono chiesto come mai noi, a sinistra, si sbagli spesso bersaglio.
Prima di discutere di questo, però, vorrei dare un giudizio sull’immagine in questione: secondo me non è volgare, non vi è mercificazione alcuna e mi sembra, anzi, un modo tutto sommato piuttosto tranquillo di pubblicizzare un calendario di beneficenza con, presumo, tante immagini di hostess nude. Vi prego, però, di rimanere a leggere quello che ho da dirvi, prima di fiondarvi a comprare il calendario.

Io penso che in Italia ci sia da fare un discorso piuttosto ampio, in merito alla sessualità, al “corpo delle donne” e all’estetica della seduzione. Provo a delineare alcuni concetti che mi piacerebbe facessero parte della discussione, piuttosto attuale nel post-Berlusconi; nella migliore tradizione delle donne-oggetto, arrederò questo post con una serie di foto. Le conoscete?

Sasha Grey, la ragazza che dà il titolo al post

È bello guardare le donne, ed è bello guardare le donne anche se sono nude. Soprattutto, non credo ci sia niente di male nel farlo. Il diritto di spogliarsi le donne se lo sono guadagnato diversi anni fa, e per fortuna non l’hanno perso: il corpo umano non ha nulla di vergognoso da nascondere.
Questo è un primo assunto che, con il berlusconismo galoppante, le olgettine, le minetti, abbiamo un po’ perso di vista, e mi fa piacere ricordarlo: non dobbiamo vergognarci di guardare le donne.

Il discorso è più intricato se si fa riferimento a qualcosa come il mondo della comunicazione e della pubblicità: mostrare una donna seminuda per vendere un prodotto significa sfruttarla? Io penso, in linea di massima, di no. So bene di addentrarmi in territori difficili ma, come sempre, sono disposto a cambiare idea, se le obiezioni sono supportate da argomentazioni convincenti.
Credo, molto sinceramente, che una ragazza pagata per spogliarsi, che accetta consapevolmente di apparire in una pubblicità, non sia sfruttata, e il corpo delle donne tutte non sia stato reso “oggetto”.

E soprattutto, non credo che spetti a noi la difesa di questo “corpo delle donne”. Credo lo facciano già i religiosi, e che non debba essere questo il nostro obiettivo.

Non questo tipo di religiosi, purtroppo

A furia di parlare di “corpo delle donne” si è creato un fraintendimento che è meglio rimuovere: non siamo noi quelli offesi dalle donne nude. Noi siamo quelli che dovrebbero lottare per il loro diritto a spogliarsi e a vivere la loro sessualità serenamente. Sul fronte internazionale il percorso è lungo, dite: non è un’attenuante, ma va bene, cominciamo da casa nostra.

Cominciamo a batterci non contro Ryanair (ecco, il bersaglio sbagliato) e la sua bella modella bionda, ma per una vera sessualità libera. Per fare in modo che ogni donna e ogni uomo possano sentirsi liberi di fare sesso consapevolmente, avendo bene in mente che non c’è nulla di male nel farlo. Creiamo una società in cui una ragazzina non debba nascondere la perdita della propria verginità ai genitori per paura di conseguenze e repressioni, dove si viene educati alla contraccezione e al sesso sicuro (e non mediante l’astinenza, che uno eventualmente praticherà, se lo vorrà).

Belladonna, che di astinenza ne pratica poca

Legalizziamo e regolamentiamo la prostituzione: togliamo le ragazze dalla strada. Questo è un vero atto di civiltà. Se una donna vorrà prostituirsi, lo farà di sua spontanea volontà, e sarà lo Stato a tutelarla, non un violento.

Facciamo due o tre discorsi sulla pornografia: ci siamo resi conto che la rivoluzione digitale ha spalancato le porte dei figli di tutto il mondo a un mare di pornografia gratuita, e che ora, per andare su www.xvideos.com, o pornhub.com, o youjizz.com nemmeno chiedono più se l’utente ha 18 anni?
Che il sesso simulato ha cambiato la concezione del sesso tra gli adolescenti? Leggere questo pezzo di Rrobe, per avere un’idea più precisa di cosa si intende.

Guardate le foto di Sasha Grey e Belladonna: vi sembrano le foto di donne a cui è stata tolta la dignità? No. Hanno solo avuto la fortuna di venire da una situazione sociale, culturale e politica che ha permesso loro di spogliarsi, serenamente, e “vendere il proprio corpo”.

Sadie West: sinceramente, vi sembra volgare?

In definitiva, l’obiettivo da centrare non è indignarsi (cosa molto giusta, da un punto di vista come quello di Pasquale, che rispetto) nei confronti della pubblicità di Ryanair: è fare sì che nella nostra società, per vendere un prodotto, non sia così determinante avviare una campagna del genere.


Audio, Video, Meh

gennaio 2nd, 2012 § 0 comments § permalink

Ognuno ha la sua croce: i Justice quella fighissima dei concerti, noi la critica musicale cialtrona

Se questo fosse un blog seguito da qualcuno questo sarebbe il classico post da polemica: quelli tutti scritti con una formula retorica odiosa e insopportabile, tipo “non direi mai che…”, e poi giù di insulti gratis.

La necessità di mantenere un livello qualitativo alto al fine di attirarmi nuovi lettori mi impone di fare le cose decentemente: quindi, per prima cosa, vi spiego di che parliamo.

È uscito l’ultimo album dei Justice, e si chiama Audio, Video, Disco. Seguito dell’album con la croce (che chiameremo Cross, come fanno quelli che ne sanno, e che dopo bastoneremo), il disco è stato oggetto di un dibattito abbastanza acceso: i siti di musica si sono espressi in maniera piuttosto netta.
Prima di tutto, però, mettiamo in ordine le cose. Cross era un album che usciva in un periodo piuttosto complicato: le persone cominciavano a rivalutare lo splendido Human After All dei Daft Punk (malgiudicato e probabilmente incompreso), la musica elettronica non proponeva una bomba incredibile da un pochino, i Chemical Brothers tornavano due anni dopo Push The Button con il discutibile We Are The Night.
In questo scenario, il primo album dei Justice si fece notare, trascinato dal singolone D.A.N.C.E.: lo chiamavano French Touch, ma dell’eleganza di certa elettronica francese aveva davvero poco. Non rimescolava elementi in maniera elegante (anche i più “kitsch”*, come in certi casi aveva fatto Discovery dei Daft Punk), non aveva un suono unitario e coerente: era però una discreta bombetta. Potente, in un certo senso originale, poco attento alla misura e molto all’impatto sonoro: con questo lavoro i Justice si sono meritati il successo che hanno poi effettivamente ricevuto.

Dal 2007 al 2011 le cose cambiano. Continua a non arrivare il nuovo disco dei Daft Punk, ma la percezione della musica elettronica pare diversa. I Justice decidono di spostare la macchina del tempo verso la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80, e fanno una virata bella decisa.
Audio, Video, Disco è il seguito meno “pilotato” che ci si potesse aspettare. I riferimenti sono diversi: parliamo di prog rock, Queen e tamarraggine primi ’80.

Ecco, andate a leggervi un po’ di recensioni sui siti di musica italiani: ve ne linko alcuni.
Questa è quella di Rockol. Indieforbunnies scrive questa roba qui, e SentireAscoltare spende tutti questi caratteri.
Ci avete fatto caso? Le recensioni, indipendentemente dalla diversa valutazione, dalle conclusioni, sono tutte uguali. Sembrano delle traduzioni di comunicati stampa in recensioni.

La parte che vi ho messo in corsivo ricorre in tutte le recensioni, e sinceramente ci si chiede una cosa: se i riferimenti sono così vari, perché non provare a spiegare qualcosa in più?
Si potrebbe spendere un paragrafetto ad analizzare le soluzioni scelte dal duo francese, magari facendo riferimento ai cambi di ritmo dove presenti, a come sono costruiti gli assoli, invece di citare Anderson a sproposito in riferimento al flauto di On’n'on, che di Jethro Tull ha davvero poco.

"Puro pus underground a basso costo"

Il web non impone gli spazi della carta stampata: non è necessario essere per forza di cose sintetici. Se si ha la pretesa di scrivere su un sito di musica si deve essere capaci di spendere qualche parola un po’ più profonda, più critica, invece di inanellare sentenze: la cialtronaggine posso permettermela io sul mio blog, se ne ho voglia.

È così difficile, per un critico, scrivere una recensione come quella di Pitchfork? Una recensione che, peraltro, non condivido minimamente, ma che ha il grosso merito di spiegare come funziona un disco così complesso, il suo essere fatto di “microelementi” prog, e non da una generale sovrastruttura progressive, e soprattutto spiega perché è andata così e non nell’altro modo.

Un po’ di approfondimento non può che far bene, in una recensione di un disco del genere.
E miriadi di sedicenti critici che si lagnano di una nazione che non ha i gusti giusti (pure vero, eh, non dico di no) ma che poi non è capace di scrivere un pezzo non si può vedere né sentire.

*Scusate, il mio ambiente è molto cheap.

Non voglio che gli Stoned Machine

dicembre 31st, 2011 § 0 comments § permalink

Conosciuti come supporto al concerto dei Dredg, erano molto meglio dei Dredg

C’è qualcosa di decisamente ben riuscito in Human Regression, il disco degli Stoned Machine che mi capita di ascoltare (con molto piacere) da mesi e mesi.

Quel qualcosa in più, in Human Regression, è probabilmente il riff di If You Can, terzo pezzo del disco. Sembra di sentire le cose migliori dello stoner di metà/fine anni ’90, ma con tanta passione in più (quella, per intenderci, che nei secondi Kyuss ogni tanto latitava, in favore di una certa pulizia compositiva). In qualche modo pare di essere tornati ai momenti migliori, tipo quelli di Green Machine, con un’invidiabile groove e tanta energia. I riff monolitici, l’estetica dei testi e della copertina incentrata sul rapporto difficile tra l’uomo e il progresso.
Luca Hernandez Damassa, (che mi ha aggiunto agli amici di Facebook in tempo record, e per questo lo ringrazio) fortunatamente, imposta il cantato piuttosto lontano dal modello John Garcia di un sacco di band stoner per gettarsi su un maggiore controllo: il motivo principale di questa scelta è che è bravo, e se lo può permettere. Sa sempre cosa fare, sa sempre come farlo, come poi tutta la band, che suona compatta e coesa.
Quello che stupisce degli Stoned Machine è la capacità di avere sempre tutto sotto controllo: fanno quella cosa perché la vogliono fare così, nessun elemento è fuori posto, eppure la passione non manca mai, e anche l’amore per un certo tipo di sonorità che difficilmente si riscontrano in una band italiana.
Bed of Sin si appoggia su un giro che resta in testa e non se ne va assolutamente, lì è e lì rimane, ed è uno dei più grandi meriti del disco. E  il momento più intimista, quello di Listen to the Wind, non disturba assolutamente anche chi le ballate, nei dischi pesanti, non ce le vuole vedere neanche col binocolo (io).
I difetti sono minimi, e sono tutti legati in buona parte alla generale mancanza di innovazione e sperimentazione: gli Stoned Machine inventano poco, si limitano a fare (benissimo) un genere che pareva non aver più molto da dire, nell’era dell’indie e della musica da gente con occhiali finto-intellettualoidi. Ovviamente era una convinzione errata.
In un mondo migliore la sinistra vincerebbe le elezioni e non dovrebbe sostenere un governo tecnico, io non sarei costretto a pensare di andarmene dal mio Paese un giorno sì e l’altro pure e gli Stoned Machine sarebbero l’orgoglio nazionale di tutti quelli alla ricerca di sonorità forti. Soprattutto, questi ragazzi farebbero date ovunque, le case discografiche prenderebbero una carriola, un sacco con il simbolo $ e direbbero “Ecco dei soldi, fate le vostre cose”.
Parentesi, e poi chiudo: il post si chiama così per un motivo. Non voglio che gli Stoned Machine si perdano per strada, e sbaglino direzione: questa è la direzione giusta. Direte voi: fai lo spin doctor pure per le band? Calcolando il mio essere sempre in minoranza, forse è meglio di no. Prendetelo come un auspicio: speriamo che gli Stoned Machine continuino così.

E fatevi un regalo, prima che la crisi vi porti via tutto: toglietevi la maglietta stretta e gli occhiali grossi, e fate del sano headbanging, con le corna per aria, come non ci fosse un domani.

Voto 9/10

Non mi incanti col Natale

dicembre 24th, 2011 § 2 comments § permalink

Come e meglio del buon pfp, vi segnalo la mia playlist natalizia. Ho cercato di racchiudere un po’ tutti gli stati d’animo che mi hanno attraversato la mente e il cuore.
La playlist si apre con i Mogwai a me più cari (quelli di Hawk Is Howling), con un pezzo incredibile che si chiama Local Authority. La macchina del fumo dei Mogwai (copyright Zave, credo), per la precisione. Dilatato, lento, si schiude pian piano: perfetto, a mio insindacabile giudizio, per aprire una qualunque playlist che non sia pensata per una festa cazzona.

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E mentre il fumo si dirada, parte il ritmo danzerino dei The National di Secret Meeting, incredibile apertura di Alligator (sì, il disco di Mr. November).

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A questo punto, ho deciso di mettere il pezzo più natalizio che abbia sentito in questo 2011. Parte importante – tanto da dargli il nome – di quel sottovalutatissimo lavoro che è If Not Now, When? degli Incubus – l’album della definitiva svolta “matura” (qualunque cosa questa definizione significhi) – si apre con questo suono di campanellini che fa tanto, tanto Natale con bambini e dolcetti annessi.

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Cambiamo registro? Eddai, va bene. Direttamente dall’unico disco dei Sigur Ros che abbia mai intrascoltato per più di dieci minuti, Með Suð Í Eyrum Við Spilum Endalaust, ecco a voi Inní mér syngur vitleysingur, e non voglio nemmeno sapere cosa significhi, per evitare di affogare in un mondo di fastidio.

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Liar, Liar è, invece, una roba molto meno stramba e artistoide. Su un’apertura di fisarmoniche, un arpeggino di chitarre e una batteria che si limita a fare il suo lavoretto e niente più, A Fine Frenzy canta robe banalotte di marinai che partono e sirene che li guardano andar via, boh. Ma lo fa benissimo, e il suo “Oh, oh” resta in testa. E poi è rossa e bella, e di lei abbiamo già parlato qui.

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Se fossi una persona seria, sarei capace di decidere qual è il mio disco dell’anno. Se fossi una persona seria direi che non è certo The Suburbs, perché è uscito l’anno scorso. Ma siccome sono una persona poco preparata e poco seria, appunto, stavo per scriverlo. Il fatto è che l’ho ascoltato molto recentemente, e quindi in questa playlist entra di diritto Sprawl II (Moutains Beyond Mountains), dei sempre fantastici (proprio sempre) Arcade Fire.

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Intermezzo: Joanna Newsom, On a Good Day. Ammetto: per me Joanna è irresistibile. Ha un fascino incredibile, quella sua voce così joannanewsom, così splendidamente fanciullesca, eppure senza essere stucchevole. Hey, hey, hey, la fine è vicina.

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Take Me To The Riot io non la conoscevo. Assieme agli Explosions In The Sky, è stato grazie a Francesca Fornario se ho incrociato uno dei gruppi che più mi ha positivamente sorpreso negli ultimi tempi. Sono gli Stars, e hanno fatto un disco con un nome bellissimo: In Our Bedroom, After The War.

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Grizzly Bear, Little Brother! Mai amati particolarmente, ma questa corsa funambolica sulle corde di una chitarra mi piace, e non poco. E poi, se chiudete gli occhi, c’è il camino e la baita di legno, e fuori la neve, e uno con la barba che dice cose strane.

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Soothe è il pezzo di apertura di Pisces Iscariot, il disco di b-sides degli Smashing Pumpkins. Non per questo opera minore, parte con un arpeggio di chitarra e con una interpretazione notevole powered by Billy Corgan, recentemente visto all’opera a Milano e a cui è stata rinnovata la fiducia per un altro lunghissimo periodo.

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E vabbè, lo so che era la colonna sonora dello spot di Gears Of War 3. Ma Into Dust dei Mazzy Star è anche e soprattutto un pezzo commovente, semplice e vivo. La sensazione di abbandono, di desolazione e di malinconia non sono posticce, c’è poco di pretenzioso, una chitarra, qualche nota, e una voce che prima di tutto suona onesta, da tanto che è pulita.

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Chiusura con gli effetti speciali. Drive, forse il mio personalissimo film dell’anno, ce l’aveva in colonna sonora: Oh My Love, del grande Riz Ortolani.

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Non vi piacciono proprio tutte? Potete sostituire a piacere con qualcosa dei Metric, tipo Help, I’m Alive!, o Anger Never Dies degli Hooverphonic, o con quello che più vi aggrada.
Buon Natale!