L’educazione di Sophie

dicembre 26th, 2012 § 0 comments § permalink

C’è un passaggio di The Danger of Light, ultimo album di Sophie Hunger, che racchiude, in tre minuti esatti, tutta l’essenza del miglior disco del 2012.
Z’Lied vor Freiheitsstatue, la traccia numero 7, è semplicemente la colonna sonora perfetta per questa fine dell’anno.
È anche, ovviamente, molto più di questo. È una cosa piccola piccola, di pianoforte e voci, che divide nettamente la prima metà dell’album dalla seconda. Ed è bellissima.
Probabilmente, senza quel passaggio, The Danger of Light non sarebbe la stessa cosa. Rimarrebbe comunque un disco grandioso, il più bello uscito quest’anno (più bello di Oceania degli Smashing Pumpkins, più bello di Synthetica dei Metric): Sophie Hunger è, e rimane, una delle voci più interessanti del panorama musicale mondiale.

Tra atmosfere jazzate, sterzate folk, esperimenti divertenti e divertiti (Das Neue), la Hunger costruisce tutto su delle solide basi ritmiche – sono quelle che creano il feeling di molti dei pezzi, dalla prima traccia Rererevolution ad Holy Hells – e poi dosa con attenzione, ma senza manierismi, tutti gli elementi che hanno fatto ricco e riconoscibile il suo sound.
La grandezza di The Danger of Light è nel suo essere un album moderato, educato, adatto ai tempi che stiamo vivendo. Niente è fuori posto, niente è meno che sentito, tutto sembra voler comunicare all’ascoltatore qualcosa, qualcosa di estremamente personale. Mai noioso (è il rischio che corrono molte cantanti che intraprendono la strada musicale di Sophie Hunger), allegro quando vuole e sempre profondo.
Non è un disco da ascoltare distrattamente, anche perché non è possibile. Se proverete a metterlo in sottofondo, vi distrarrà – io stesso, per scrivere queste poche righe, ho dovuto spegnere lo stereo.
Guardate il video di LikeLikeLike. È molto più che un video promozionale: spiega, nei suoi tre minuti, il disco molto meglio di qualunque recensione.
Al tempo della crisi, dunque, è meglio lasciar perdere gli spettacoli pirotecnici e gli effetti speciali delle pur validissime band che quest’anno hanno cercato di fare il botto.
Molte di loro non ci sono riuscite. Il confronto lo vince un disco piccolo, di quelli che salvano la vita.

Ho aperto un tumblr

novembre 28th, 2012 § 0 comments § permalink

Ci metto un po’ di sciocchezze e cose poco importanti, che non resteranno: lo trovate qui

enricoprocopio.tumblr.com

Cosa ci distingue (we could be looking for the same thing)

novembre 18th, 2012 § 2 comments § permalink

Tra i mille difetti che si possono imputare ad una band come i Silver Jews – tra cui l’essere precursori di un certo hipsterismo di maniera ed eccessivamente sbilanciati sul versante “ballad” del loro folk acido – non si può certo annoverare la loro capacità di fornire titoli fantastici per esprimere un concetto semplice semplice.
Lookout Mountain, Lookout Sea aveva al suo interno quella meravigliosa We Could Be Looking For The Same Thing  il cui titolo uso per rispondere ad un amico, che scrive parole molto dure – e le scrive bene – sul futuro (e anche sul passato, in effetti) della sinistra.

Jan analizza il fenomeno Matteo Renzi: non solo, analizza il fenomeno dell’arrivo di una sinistra liberal. Che, lo dico sinceramente, per me è ancora lontano. Siamo, infatti, ben distanti da una sinistra liberal che si possa definire così: per ora ci sono piccoli passi, grandi proclami, ma manca ancora una struttura omogenea e a tutto tondo. Ci arriveranno, forse ci arriveremo, io questo non lo so. Di certo qualcosa si muove, e Jan lo nota.
Sintetizza così

Matteo Renzi (con Pietro Ichino e tanti altri) e il suo – vero – pantheon (Clinton, Blair, implicitamente Schroeder) da una parte.

Pierluigi Bersani, Nichi Vendola, la CGIL (per tacere della FIOM) dall’altra.

La sinistra del XXI secolo contro quella conservatrice, dicono i primi.

La sinistra contro la destra, rispondono i secondi.

E sintetizza benissimo. Fornendoci, così, il primo strumento per capire perché la dialettica tutta interna alla sinistra sia così fallimentare e fratricida, invece che virtuosa e capace di farci crescere, culturalmente e nei sondaggi.
Non può esistere, difatti, un dialogo proficuo se non si accetta la diversità altrui.
Lo dico una volta per tutte: l’etichetta “di destra” per chi si è sempre sentito di sinistra è squalificante, è avvilente.
Ora, questo non vale per tutti i “renziani”.
Apro una parentesi, sperando di non annoiarvi. I “renziani”, categoria inesistente ma che useremo per semplificare il vasto mondo dei sostenitori più o meno attivi di Matteo Renzi, esterni al PD e interni al PD, non sono tutti storicamente “di sinistra”. Nel senso che alcuni di loro non si riconoscono nella sinistra di questo Paese, nella sinistra europea, in quello che è stata la sinistra fino ad oggi.
Perché? Io questo non posso dirlo, i motivi sono molteplici. Magari votavano a destra, magari credevano nella rivoluzione liberale di Berlusconi, magari erano e sono anticomunisti, magari la sinistra li ha delusi, chi lo sa.
Lo sanno solo loro.

Non che ci debba interessare molto, onestamente. Nella vita si cambia idea, anche se magari noi non lo facciamo (io di sicuro no, come nemmeno Jan: di destra non lo siamo, anche se magari Jan di me potrebbe pensarlo, come vedremo).
Ecco, è da questo agglomerato, unitamente a tanti, tanti, tanti individui di sinistra che Matteo Renzi è partito a raccontare la sua idea di Paese.
Lo dico chiaramente. La sua è un’idea di sinistra. Può non piacere, può piacere, può lasciare indifferenti, ma è un’idea che si muove convintamente nel campo della sinistra europea, come Jan stesso conferma qui:

Ma la sinistra (a livello europeo, perchè i problemi sono diventati, tutti, di portata almeno europea) non ha ancora individuato una linea non subalterna al pensiero d’ufficio. E in Italia Renzi prova a portare la Terza Via che insediò Tony Blair alla guida del Labour a metà anni Novanta (più mercato, meno Stato, “uguaglianza ai blocchi di partenza”, “meritocrazia”, sussidiarietà, riforma del mercato del lavoro).

Tony Blair è una figura fondamentale della sinistra. Senza quel New Labour, senza quel processo di ammodernamento radicale di un partito purtroppo costretto all’opposizione per anni e anni l’Inghilterra sarebbe qualcosa di profondamente diverso. Sarebbe probabilmente rimasta in mano ai conservatori, o forse no, non lo sappiamo e non possiamo riscrivere la Storia.
Ma, anche evitando di elencare tutti i risultati – positivi, molto positivi, negativi, molto negativi – possiamo vedere come il New Labour abbia avuto la possibilità di introiettare i risultati delle prime due categorie, dismettere quelli delle ultime due e riaggiustare il tiro con la segreteria Miliband, che sta avviando un profondo cambiamento nella sinistra inglese (almeno a vederlo da fuori, e a sentire alcuni inglesi che conosco, ma lo prendo per buono). In Italia questo non è successo.

È, ad oggi, impossibile per me schierarmi con Pierluigi Bersani e Nichi Vendola. Se vinceranno le primarie li sosterrò, non per lealtà ma perché sono di sinistra e voglio che le elezioni le vinca la sinistra per fare cose di sinistra.
Mi è impossibile schierarmi con loro non perché siano “troppo di sinistra” (siamo seri, per favore),  ma perché sono due soggetti che hanno ampiamente dimostrato di non avere un’idea di sinistra aperta, inclusiva, adatta ai tempi e, soprattutto, vicina alle categorie che più hanno bisogno di sostegno.
A Jan, che dice:

In definitiva io l’ho capito, cari renziani, cosa vi distingue dalla vecchia sinistra, quella conservatrice, quella del Novecento, quella dei sindacati brutti che ogni tanto (non granchè a dire il vero) vanno anche in piazza, quella che i lavoratori senza giusta causa non li puoi nemmeno licenziare.

Non ho capito altrettanto bene cosa vi distingue dalla destra.

Chiedo cosa gli manchi dei vecchi DS, dei dirigenti storici, di Treu, di D’Alema (sempre lui, oh!), anche di Veltroni, della Bindi, dei falliti tentativi di governo, della subalternità (quella sì, reale!) al liberismo.
Glielo chiedo perché lo conosco e perché so cosa pensa di quella sinistra: forse riesce ad essere ancor più deluso e incazzato di me.
La risposta non è Matteo Renzi: cioè, Matteo Renzi lo è, una risposta, soprattutto ora, ed è per questo che lo voterò e lo farò pure in maniera convinta.
La risposta a questi fallimenti, a questo grigiume assoluto è l’apertura di una vera, nuova stagione della sinistra italiana, in cui avviene il confronto sulle idee – perché Ichino ha scritto anche qualcos’altro, oltre a quel post – e non sulle persone (Velardi e Rondolino sarebbero rappresentativi di qualcosa o qualcuno? Dai, su) e in cui le sensibilità diverse – quella di Jan, quella di Renzi, quella di Fassina, Orfini, quella di Letta  e la mia, che ero tra coloro i quali hanno preparato il programma di Sandro Gozi, che non abbiamo potuto sostenere per via di uno squallido sistema burocratico – possano finalmente cercare possibili soluzioni condivise, magari all’interno di un contesto politico che ci vede alleati, magari compagni di partito.

Con Renzi candidato premier*, piaccia o no, questo sarà possibile. Con Pierluigi Bersani e Rifare L’Italia al timone questo non avverrà: abbiamo già avuto tre anni di segreteria e vi assicuro che non è proprio semplicissimo.
Io lo so cosa “ci” distingue dalla destra, e lo sa anche Jan: ci distingue l’essere di sinistra. È una questione di fine, e un po’ meno di mezzi: forse la sinistra italiana potrebbe cominciare a concentrarsi anche su quelli, per una volta.

*Sì, lo so, non stiamo scegliendo il segretario. Ma è evidente che non si potrà non tener conto delle istanze di una vasta componente dell’elettorato delle primarie.

We Take Care Of Our Own

novembre 7th, 2012 § 0 comments § permalink

La serata di ieri sera, passata con amici veri, è stata magica. Tesa fino alla tarda nottata/prima mattinata, mi ha fatto capire diverse cose. In primis, me ne ha fatta capire una importantissima, che vado ripetendo da tempo ma che, nel riguardare i quattro anni di Obama (e immaginare i prossimI!), mi è parsa chiarissima: la sinistra, l’essere di sinistra, è cosa di dubbi e riflessioni, e mai di dogmi e certezze urlate. E ripensavo a chi ti sbatte in faccia le sue convinzioni (spesso anche con una certa violenza), a chi appiccica etichette (“di destra!” “neoliberista!”, e, dall’altra parte, “conservatore!” “veterocomunista!”) e a chi gioca a fare il “socialdemocratico” svegliandosi fuori tempo massimo e a chi invece fa il “liberista” in Italia, sconfitto dalla storia – recente e non. Pensavo a tutti questi e ridacchiavo, guardavo Obama e dicevo “non avete capito un cazzo della sinistra che ci serve, della politica che ci serve”.

Ma poi contava il giusto, perché Obama si avviava alla vittoria e a fare altri 4 anni, ed eravamo tutti contenti, e io personalmente sono contento perché ho capito lo spirito dei precedenti quattro e spero di capire quello dei prossimi.
E ora torniamo a parlare di alleanze e listini bloccati.

La mia generazione ha il miglior cattivo maestro che le potesse capitare

ottobre 7th, 2012 § 0 comments § permalink

Se c’è una cosa che mi piace ripetere – e lo faccio principalmente per darmi un tono, non per altro, e se lo faccio con un certo mio amico la cosa mi viene ancora meglio – è che la mia generazione, quella che oscilla tra i diciotto e i ventisei, ventisette anni al momento in cui scrivo, non ha quelle icone culturali di cui forse avrebbe bisogno: quelle grandi figure capaci di suscitare consenso e disapprovazione, di imporsi facendo discutere.
Insomma, anche quella degli anni ’90 ha avuto almeno un paio di cose fiche: la terza via, i libri di Coupland, il grunge – noi invece cosa ci becchiamo? Molto poco, e quel poco sono grandi dosi di fastidio e vecchi tromboni pronti a pontificare sullo smarrimento dei giovani.

Ieri sera sono andato a vedere Ted, il film di Seth MacFarlane. Ci sono andato con tre miei amici, tutti rappresentativi di un pezzo diverso della mia generazione – più precisamente: uno studia filosofia e non sa ancora, a due settimane dall’inizio dei corsi, che lezioni debba frequentare, un altro studia ingegneria chimica ed è una delle persone più genuine che io abbia mai conosciuto e il terzo è a giurisprudenza con me, ed è uno di quelli che quando ha una ragazza dimezza le uscite con gli amici e non ascolta mai i consigli musicali che gli dai perché lui c’ha i gusti suoi, ma dice che sì, ascolterà quando avrà tempo – e, una volta tornato a casa, sono rimasto a pensare a tutte quelle cose che durante la visione mi frullavano in testa, ma che non riuscivo a razionalizzare.

Se fosse un romanzo, Ted sarebbe un romanzo di formazione. Un romanzo di formazione piuttosto debole, vista la fragilità della trama: grazie alla forza magica del suo desiderio, un bambino di otto anni riesce a donare la parola al suo orsetto, regalo di quella notte di Natale così speciale. Passeranno tutta la vita insieme – dopotutto John non aveva tanti amici, anzi: è il prototipo del bimbo solitario dei film per ragazzi anni ’80 – fino al punto di svolta: a 35 anni dovrà prendere una decisione: o deciderà di mettere la testa a posto, impegnandosi seriamente con la sua ragazza Lori (una meravigliosa Mila Kunis), o deciderà di mantenere la sua vita così com’è, con un lavoro modesto, l’amicizia con Ted, la droga e i discorsi osceni. Sì, perché Ted è un film di MacFarlane, il suo esordio per la precisione: e la cosa in cui il buon Seth riesce meglio è quella di creare dialoghi sboccatissimi ma quasi mai sgradevoli. Anzi, solitamente le puntate dei Griffin – che si reggono al 90% sui dialoghi, le gag  e le volgarità – scivolano senza grossi intoppi: gli episodi meno efficaci, spesso, sono dovuti proprio a qualche trama troppo elaborata.
Ted, dicevamo, è un orsetto sboccato e sessuomane: il contrasto tra il suo aspetto dolce e la sua natura “rated R” è la base su cui poggia un discreto numero di gag e citazioni, specialmente nella parte iniziale. Così MacFarlane gioca sul sicuro, facendo quel che gli riesce meglio: Ted che fa festa con un discreto numero di escort, fuma un sacco d’erba e dice un mucchio di parolacce è divertente e, oltretutto, genuinamente sorprendente, in certi passaggi (qualunque scena al supermercato, per esempio, o la filastrocca dei rimbombamici).

A questo punto sarebbe lecito chiedersi: la cosa funzionerà tanto a lungo da coprire tutta la durata della pellicola?
I Griffin sono divertentissimi, d’accordo, ma le loro puntate durano una ventina di minuti: ce la farà MacFarlane a tenere i tempi di un film?
Sorprendentemente sì: io ero scettico proprio su questo punto – se ve lo state chiedendo: il film dei Simpson non mi è piaciuto, no – e invece i miei dubbi sono stati completamente sconfessati.
Ted si mantiene brillante dall’inizio alla fine, senza tempi di stanca e momenti morti (escluso forse qualche passaggio un po’ lento nella parte centrale, ma niente di che): come già detto la trama è esile e scontata, e poteva essere calibrata un po’ meglio l’entrata in scena del sempre mitico Giovanni Ribisi, qui davvero inquietante ma troppo “ritardatario”, ma stiamo parlando di difetti su cui si può e si deve sorvolare tranquillamente.

Ted è un ottimo film: girato benissimo, ma davvero benissimo – MacFarlane azzecca un paio di sequenze in maniera sorprendente, tipo quella della festa, del combattimento nella stanza d’albergo e della corsa in macchina – e graziato da un gruppo di attori divertente e divertito (su tutti Mark Wahlberg, che dovrebbe fare più commedie) e, per quanto riguarda la versione italiana, anche da un buon doppiaggio. Sommando poi le gag e il citazionismo di MacFarlane, il film diventa assolutamente da vedere: queste cose sono il valore aggiunto di un’opera fresca come poche se ne sono viste negli ultimi tempi.

E qui torniamo all’apertura del post: forse una figura che parla alla mia generazione e che merita grande rispetto e ammirazione (o sonori fischi, perché no) è proprio MacFarlane. Sì, in apparenza si rivolge soprattutto ai thirtysomething, con i suoi rimandi al passato (Flash Gordon!), ma il suo modo di confezionare dialoghi irriverenti e sboccati, eppure sempre colti e precisi, può rappresentare qualcosa anche per la generazione più sfigata dal dopoguerra ad oggi. Sì, è americano e ama la cultura pop, ma anche noi siamo cresciuti, dopotutto, con quella roba lì.
Che sia una puntata dei Griffin, di American Dad, del Cleveland Show o Ted, insomma, MacFarlane dimostra sempre di essere un ottimo sceneggiatore e, in questo caso, anche regista (al contrario di Kevin Smith, ma anche lui lo dobbiamo lasciare agli anni ’90).
Il miglior cattivo maestro che la mia generazione potesse attendersi.
Insomma, per capirci: chi altri sarebbe riuscito a terminare una sottotrama con una scoreggia senza risultare becero?

Il problema non è la caduta, è l’atterraggio

maggio 8th, 2012 § 0 comments § permalink

Per chi non ha mai visto “L’Odio”, film francese da recuperare assolutamente, duro come un mattone e bello quanto un diamante grezzo, a un certo punto si racconta una storia:

Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio per farsi coraggio si ripete: “Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene.” Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio

Domenica e lunedì ci sono state le elezioni amministrative: le analisi sono già state fatte, e si articolano all’incirca in questi punti qui, che riepilogo brevemente.

  • Il centrodestra si è disintegrato, e ci mancherebbe altro
  • Il Terzo Polo non è mai esistito, e siamo tutti contenti di ciò – tutti a parte D’Alema, che si conferma miope e poco accorto
  • Il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo ha stravinto: personalmente me lo aspettavo, ma forse non con percentuali così alte
  • Il PD ha tenuto

Mi concentrerei sugli ultimi due punti. Partiamo dall’ultimo.
Il PD ha tenuto, lo scrive anche Luca Sofri in un’analisi lucida e brillante:

[...] qui tra i puniti manca uno dei grossi partiti che sostengono il governo dei tagli e dell’austerità: ovvero il PD. E questo è forse il criterio maggiore con cui considerare quello del PD un successo, e rispettare una volta ancora – malgrado tutte le sue immobilità e spaesamenti – la solidità della sua forza. L’unico partito che non tracolla mai. Che forse è anche il maggior limite alla sua evoluzione, ma quella è storia di domani. Oggi se la sono cavata bene.

Credo che questo sia un punto di partenza interessante da cui osservare il PD: una creatura figlia di un’idea di politica innovativa, capace di andare oltre le divisioni classiche del centrosinistra, oggi in mano a chi – legittimamente – quell’idea ha sempre detto di volerla superare, dando al partito una fisionomia più classica, sì più riconoscibile per i tradizionali elettori di centrosinistra ma meno capace di emozionare e coinvolgere.

Il risultato di ieri è tutto sommato un buon risultato, nell’immediato, ma se non cambiamo immediatamente finiremo come l’uomo che continua a dire “fino a qui, tutto bene”: beh, stavolta abbiamo tenuto, è andata, dai.
Ma questo atteggiamento mentale rischia di trasformarsi per noi in un atterraggio violentissimo alle prossime elezioni: e al prossimo giro ci giochiamo tutto.
Sarà meglio, perciò, cominciare a prendere atto di un paio di cose:

  • L’attuale sgretolamento del centrodestra non durerà per sempre: quello spazio verrà occupato da qualcuno, ritornerà un aggregatore, e dovremo essere pronti. Non sarà Berlusconi, ma Berlusconi non è l’unico capace di far politica, in Italia.
  • E poi c’è il M5S, che potenzialmente potrebbe occupare proprio quel vuoto lì. Perché l’elettorato berlusconiano deluso non è un elettorato di destra tradizionale a cui possa piacere Alfano: è un elettorato rabbioso, di pancia, che ha bisogno di ricette facili e risposte semplici, e attualmente nessuno è capace di dargliele come Beppe Grillo.

È indubbio che Grillo peschi attualmente da sinistra e da destra, dai delusi di ambo le parti, ma ciò implica che non  sia possibile etichettare gli elettori del Movimento 5 Stelle: anche perché non sono nati esattamente ieri, qui in Emilia-Romagna fanno il botto da un bel po’.

Per rispondere a molte delle facilonerie sciorinate dai seguaci di Beppe Grillo non sono più efficaci le parole di sufficienza, quelle che nascondono (male) un fastidio per gli ultimi arrivati: bisogna proporre cose nuove, e facce nuove.
È necessaria, ora più che mai, una nuova classe dirigente: adesso, non domani, non dopodomani. Non sono più credibili i volti dei nostri stimati dirigenti, quelli che hanno passato vent’anni in Parlamento: a chi parla dell’immobilismo della politica bisogna rispondere con facce nuove e linguaggi nuovi.
Poi certo, si può anche continuare così: in fondo è andata bene, e poi a noi quei dirigenti piacciono, ci siamo affezionati, anche quando perdono (sempre). Ma se davvero la si pensa in questo modo, ci si assuma la responsabilità di non aver voluto cambiare le cose quando si era ancora in tempo, accettando di essere diventati conservatori.

 

La notte più bella

marzo 15th, 2012 § 0 comments § permalink

Hope Sandoval e David Roback: i Mazzy Star, semplicemente

Se esiste una donna capace di impersonare un certo modo di vivere il rock contemporaneo più intimista, profondo, a suo modo sensuale e sconvolgente, quella è Hope Sandoval.
Sandoval è una bellissima donna di più di quarant’anni. Ad un certo punto, quando ancora non aveva quarant’anni, ma molti di meno, si è ritrovata a cantare sulle linee di chitarra di David Roback: loro due si chiamavano Mazzy Star, ed erano un duo fenomenale. Sono bastati tre dischi – dalla qualità altalenante, a onor del vero – per proiettarli in quel cerchio magico di band di culto, ma dal profilo mai esageratamente elevato: la cosa era dovuta in primis al modesto successo dei loro dischi (quello di cui parliamo qui, So Tonight That I Might See, raggiunge la Top 40 solo grazie ad un singolo particolarmente azzeccato) e alla loro ritrosia nel concedere interviste.

Se quel modo di concepire il rock e la musica in generale – un modo fatto di sperimentazione, di chitarre distorte ad arte, di atmosfere sognanti e testi che ponevano l’accento sulla malinconia di una generazione irrimediabilmente “di passaggio” come quella che poteva ascoltarli negli anni ’90 – era, appunto, molto caratteristico degli anni ’90, ancor oggi i Mazzy Star si rivelano, forse un po’ a sorpresa, portatori di un modo attuale, interessante e, paradossalmente, nuovo di concepire la psichedelia e le sensazioni dilatate e “fumose”.
Quello che maggiormente sorprende, ancor oggi, è quanto quella malinconia, che era poi una visione del mondo offuscata, opaca, piena di dubbi, sia ancor oggi portatrice sana di empatia con l’ascoltatore.

So Tonight That I Might See, il loro disco più famoso e, col senno di poi, più bello e iconico, ascoltato oggi, porta le stesse sensazioni che poteva portare negli anni ’90 (primi anni ’90, 1993). Con il suo mix di psichedelia, di folk allucinato sì, ma nella sua declinazione più “dark” possibile, di shoegaze annacquato e di riff e arpeggi di chitarra dilatati, i Mazzy Star costruiscono un disco che stupisce per quanto è coerente e irresistibilmente “solido”, senza mai annoiare.
Into Dust è, ancor più di Fade Into You (il singolo di cui parlavamo prima), l’esempio perfetto di quanto scritto sopra. Un semplicissimo arpeggio di chitarra, poche note, eppure classe e grazia da vendere. Senza neanche l’ombra di un’eccessiva patinatura in sede di produzione – non sono un esperto, ma credo che probabilmente Roback non avrebbe dato il proprio assenso ad un disco in cui si calcasse troppo la mano in fase di ripulitura e bilanciamento – ci si appoggia a pochi, piccoli elementi in grado di costruire un piccolo mondo sognante, cupo, eppure affascinante.

La voce di Hope Sandoval è qui a livelli incredibili. Non si esprime mai in virtuosismi sterili, non ha intenzione di mostrare cosa è in grado di fare: Sandoval interpreta. Lei per prima, infatti, dà forza e anima ad un disco che prende alcune strade estremamente coraggiose – ascoltare Wasted per averne un’idea: si immagini quel riff rallentato con un’altra voce. È impossibile, come è impossibile immaginare un’altra voce pronta a cantare “I felt like I’d been wasted / All day long / all day long” con questa intensità, con questo timbro pulito, sensuale, equilibrato.

Il disco non si distanzia troppo dal predecessore She Hangs Brightly: la ricetta è la stessa, ma l’equilibrio raggiunto qui, con tutti gli elementi incastrati al proprio posto, non lo si era raggiunto e non lo si raggiungerà più. Sebbene i Mazzy Star abbiano prodotto successivamente un altro disco, e Hope Sandoval abbia poi iniziato una discretamente proficua carriera solista, non si avranno più dischi come questo.
So Tonight That I Might See è un disco da riascoltare: per farlo al meglio, è consigliabile farlo in questi giorni, magari all’aperto, su un prato. Five String Serenade renderà al meglio, e sembrerà di avere i propri pensieri trasportati dal vento che soffierà durante l’ascolto. Perché ascoltando i Mazzy Star soffia sempre il vento: quello che si porta via tutte le parole dette e scritte, i dubbi, le incertezze. E per 51 minuti, il tempo si ferma.

Non è perfetto, e non è “facile”. Ma concedendogli un po’ di fiducia, So Tonight That I Might See lascia qualcosa: quello che lasciano i grandi dischi, soprattutto se meno conosciuti.

 

Gentle Spirit: qualcosa (non) è cambiato

febbraio 3rd, 2012 § 0 comments § permalink

Jonathan Wilson, già live con i Wilco e con un sacco di altra gente brava, firma uno dei migliori dischi degli ultimi anni

Jonathan Wilson è il tipico artista così deliziosamente out of time da riuscire a interpretare e, in un certo senso, impersonare tutti i segnali che arrivano dal tempo che passa, il nostro.
Classe 1974, barba e capelli lunghi, una carriera fatta di partecipazioni e produzioni sempre “giuste”: è difficile trovare elementi negativi nel curriculum di Wilson, che con il suo album d’esordio – non esattamente d’esordio: il primo disco da lui composto non è mai uscito, questo è in realtà il secondo – si mette definitivamente in gioco, permettendoci di incontrare la sua vera essenza, senza mediazioni, senza filtri.

Gentle Spirit, questo il titolo, colpisce per la schiettezza con cui non nasconde mai le proprie fonti di ispirazione, nemmeno millantando contaminazioni di cui, infatti, non c’è traccia: siamo dalle parti di un folk sincero, certo pieno di venature psichedeliche e “progressive”, ma sostanzialmente molto tradizionale, almeno per quelli che erano gli standard di quarant’anni fa. Probabilmente un disco del genere avrebbe potuto farlo un artista folk vissuto negli anni ’70, in ottima forma, accompagnato da David Gilmour alla chitarra, o da uno che gli somiglia molto, come giustamente nota Christian Rocca. Ecco, se qualcuno all’epoca avesse fatto un disco così, sarebbe stato molto simile a questo: e, credetemi, non è cosa da poco.

Come accennato, Wilson si azzarda ad aggiungere, al tipico suono folk, una chitarra progressive che si lega benissimo alla gentile voce di questo ragazzo del North Carolina: quest’ultima è, infatti, pronta ad accompagnarci in un viaggio fatto di composizioni estremamente lunghe e, per certi versi, tortuose. Le sezioni strumentali sono spesso molto estese, come nella splendida Natural Rhapsody, e ci sono alcuni passaggi notevoli, come il secondo brano del disco, Can We Really Party Today?, in cui c’è un curioso gioco su quello che è il tempo del ritornello, ripreso e accennato all’interno della canzone più e più volte, ma mai davvero sviscerato fino in fondo.

L’album non ha veri e propri difetti macroscopici. Qualcuno potrebbe parlare di una mancanza di innovazione: tuttavia, anche solo dopo il primo ascolto, ci si può accorgere di quanto la ricerca musicale che sorregge e anima il disco sia approfondita. Wilson, con animo gentile, lavora di fino, non ha intenzione di stupire, di utilizzare i fuochi d’artificio: brani come Don’t Give Your Heart To A Rambler o Waters Down, apparentemente semplici all’inizio, si prendono semplicemente il tempo che serve per raccontare, un passo dopo l’altro, quello che è un vero sogno.

La lezione di Wilson è che per fare le cose nel modo migliore bisogna prendersi il proprio tempo, in tutti i sensi: in quello della composizione e dello zeitgeist. Riflettere, e avere ben chiara la direzione di intraprendere, anche a costo di risultare leggermente derivativi: come mi scrisse una persona di cui ho grande stima, “è un grande privilegio avere dei sogni educati”.

Riformare gli animi

febbraio 2nd, 2012 § 0 comments § permalink

Ieri notte scrivevo della necessità di ponderare attentamente ogni singola parola: oggi quest’esercizio tocca a me, consapevole di stare affrontando una materia estremamente complicata e delicata, che è troppo spesso soggetta a banalizzazioni.
Da alcuni giorni continuo a pensare ad un dato: che le misure di questo governo Monti – che io ho sostenuto alla sua nascita e continuo a sostenere, seppur con alcune riserve di natura molto pratica (e dopo le elencherò)  - debbano essere accompagnate da segnali più incoraggianti.

È indubbio che la riforma delle pensioni del ministro Fornero – una riforma che andava fatta, con più gradualità, ma che andava fatta – colpisca una generazione che ha sì avuto il posto fisso e una serie di tutele che la mia non ha, ma che aveva già dato in passato e che, particolarmente per quanto riguarda il cosiddetto “ceto medio” (anche se i confini sono labili), non meritava un’ulteriore peso sulle proprie spalle. Lavorare anche solo qualche anno di più non è un peso da sottovalutare, anche se questo sacrificio si chiede sulla base di una “necessità” reale e condivisa.

Gli italiani sono un popolo che ama molto la retorica del sacrificio. Ci piace moltissimo la retorica del ripartire con un peso in più, rimboccarci le maniche per costruire un futuro ai nostri figli, ai nostri nipoti: c’è tutta un immaginario fatto di romanzi, racconti, cultura popolare che ci mostra come la sofferenza, le mani nella nuda torra siano necesarie per uno scopo più nobile.

Il problema è che poi questi sacrifici arrivano, e si scopre che le corporazioni – le prime a millantare quella retorica di cui sopra, “siamo brava gente e lavoriamo”: ascoltate i loro rappresentanti in televisione, quando ci vanno – questi sacrifici non sono molto propensi a farli. E quindi i farmacisti incrociano le braccia, i tassisti incrociano le braccia, eccetera, eccetera.
In questo senso, il governo non si è dimostrato all’altezza: chiunque abbia detto di no, supportato da una lobby, piccola o grande che sia, è stato risparmiato dalle liberalizzazioni.

I farmacisti sono salvi, i tassisti pure: seriamente, davvero? Un’ authority per i taxi, e un retrofront sulle farmacie? E soprattutto: niente sulle banche, su Trenitalia?
Questi dubbi cominciano a serpeggiare in mezzo alla gente: perché dovrei lavorare solo io al cambiamento di questo Paese?

Stiamo diventando un Paese col cuore in austherity, più che col portafogli: e penso non ci sia niente di peggio, in questa fase. Mario Monti dovrebbe pensare anche a questo, provare a spiegare le sue scelte non solo sulla fredda base delle casse dello Stato, ma anche da un punto di vista della visione complessiva, provando anche ad immedesimarsi e capire i bisogni delle persone più colpite dalle recenti manovre e, sì, lo dico, lavorare in maniera più empatica. Scherzando – ma non troppo – ho scritto al buon pfp un sms in cui chiedevo al governo la famosa patrimoniale, che è una cosa che penso da un po’ di giorni.

È un’esagerazione, in questa fase, me ne rendo conto, ma è il genere di azioni che servirebbe per ridare respiro a quelle persone che si sono viste colpite in maniera piuttosto repentina e che, non avendo -legittimamente – letto Ichino, o Fassina, o chi altro, hanno speranze che cominciano a vacillare, se già non sono crollate.
So che non si farà una patrimoniale, che non è possibile (un giorno mi si spiegherà bene perché da noi le cose “non sono possibili”: non è mai una scelta, non è mai colpa di nessuno, non ce n’è nemmeno la possibilità), ma so anche che non è stato fatto molto (eufemismo) per agevolare l’accesso al credito, per esempio, o per ridiscutere il ruolo delle banche nell’era della crisi. Nemmeno questo si poteva fare?

La mia prospettiva è la prospettiva di chi, convinto della necessità di fare politica da sinistra, senza preclusioni, e per un futuro migliore, vorrebbe che non venissero dimenticate le persone: perché è di loro che stiamo parlando. Quindi mi aspetto molto di più, da questo governo. Non dimentico ciò che c’è stato finora – Fornero non è Sacconi, tanto per dire, come Riccardi non è Calderoli – ma questa non può e non deve essere una scusante universale: ora tocca ai tecnici, e devono fare bene.

Il mio Partito, il Partito Democratico, faccia proprio questo: lavori, con umiltà e con compattezza, a riscoprire il fascino discreto del dialogo con le persone. Fornisca risposte, per quel che è possibile: si riscopra il lato umano della sinistra, la sua capacità empatica. Senza demagogia, senza promesse che non possiamo mantenere: torniamo ad essere i migliori in questo. Riscopriamo la capacità di dialogare all’interno, e poi partiamo. Io in primis lo farò, cercando di avere il miglior spirito possibile, fuggendo la faciloneria e dando spazio alle analisi.

Se saremo capaci di fare questo, saremo premiati, torneremo al governo, e potremo finalmente portare una ventata di sinistra moderna. Se ciò non accadrà, temo che per questo Paese saranno tempi ancora più duri.

Monti, Martone e gli sfigati col posto fisso

febbraio 2nd, 2012 § 0 comments § permalink

Quello che c’era da dire l’ha sintetizzato mirabilmente Cristiana: mi permetto soltanto di aggiungere una cosa che mi è venuta in mente giorni fa, relativamente alla vicenda di Martone. Credo che da questo governo ci si aspetti ancora molto, nonostante tutto, e al netto delle pensioni, della riforma del mercato del lavoro, della riduzione dei costi della politica che non arriverà, e nonostante la rinascita della lotta all’evasione fiscale, ecco, credo che la cosa che a questo governo non si perdonerà sarà qualunque momento di faciloneria, di leggerezza, di mancata ponderazione.
Le parole di Martone erano inascoltabili perché facili, scemotte, da bar: parte del problema e non della soluzione; allo stesso modo Monti si dimostra un po’ superficiale nel dimenticare che la vera monotonia, anzi, la vera rottura di palle è non avere l’accesso al credito. Di più: la vera disperazione, in tanti casi, è non averlo, il lavoro.

Quindi sarà meglio riflettere, e, in qualche caso, valutare anche l’opportunità di esternare meno. Sarà meglio per tutti.