Per chi non ha mai visto “L’Odio”, film francese da recuperare assolutamente, duro come un mattone e bello quanto un diamante grezzo, a un certo punto si racconta una storia:
Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio per farsi coraggio si ripete: “Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene.” Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio
Domenica e lunedì ci sono state le elezioni amministrative: le analisi sono già state fatte, e si articolano all’incirca in questi punti qui, che riepilogo brevemente.
- Il centrodestra si è disintegrato, e ci mancherebbe altro
- Il Terzo Polo non è mai esistito, e siamo tutti contenti di ciò – tutti a parte D’Alema, che si conferma miope e poco accorto
- Il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo ha stravinto: personalmente me lo aspettavo, ma forse non con percentuali così alte
- Il PD ha tenuto
Mi concentrerei sugli ultimi due punti. Partiamo dall’ultimo.
Il PD ha tenuto, lo scrive anche Luca Sofri in un’analisi lucida e brillante:
[...] qui tra i puniti manca uno dei grossi partiti che sostengono il governo dei tagli e dell’austerità: ovvero il PD. E questo è forse il criterio maggiore con cui considerare quello del PD un successo, e rispettare una volta ancora – malgrado tutte le sue immobilità e spaesamenti – la solidità della sua forza. L’unico partito che non tracolla mai. Che forse è anche il maggior limite alla sua evoluzione, ma quella è storia di domani. Oggi se la sono cavata bene.
Credo che questo sia un punto di partenza interessante da cui osservare il PD: una creatura figlia di un’idea di politica innovativa, capace di andare oltre le divisioni classiche del centrosinistra, oggi in mano a chi – legittimamente – quell’idea ha sempre detto di volerla superare, dando al partito una fisionomia più classica, sì più riconoscibile per i tradizionali elettori di centrosinistra ma meno capace di emozionare e coinvolgere.
Il risultato di ieri è tutto sommato un buon risultato, nell’immediato, ma se non cambiamo immediatamente finiremo come l’uomo che continua a dire “fino a qui, tutto bene”: beh, stavolta abbiamo tenuto, è andata, dai.
Ma questo atteggiamento mentale rischia di trasformarsi per noi in un atterraggio violentissimo alle prossime elezioni: e al prossimo giro ci giochiamo tutto.
Sarà meglio, perciò, cominciare a prendere atto di un paio di cose:
- L’attuale sgretolamento del centrodestra non durerà per sempre: quello spazio verrà occupato da qualcuno, ritornerà un aggregatore, e dovremo essere pronti. Non sarà Berlusconi, ma Berlusconi non è l’unico capace di far politica, in Italia.
- E poi c’è il M5S, che potenzialmente potrebbe occupare proprio quel vuoto lì. Perché l’elettorato berlusconiano deluso non è un elettorato di destra tradizionale a cui possa piacere Alfano: è un elettorato rabbioso, di pancia, che ha bisogno di ricette facili e risposte semplici, e attualmente nessuno è capace di dargliele come Beppe Grillo.
È indubbio che Grillo peschi attualmente da sinistra e da destra, dai delusi di ambo le parti, ma ciò implica che non sia possibile etichettare gli elettori del Movimento 5 Stelle: anche perché non sono nati esattamente ieri, qui in Emilia-Romagna fanno il botto da un bel po’.
Per rispondere a molte delle facilonerie sciorinate dai seguaci di Beppe Grillo non sono più efficaci le parole di sufficienza, quelle che nascondono (male) un fastidio per gli ultimi arrivati: bisogna proporre cose nuove, e facce nuove.
È necessaria, ora più che mai, una nuova classe dirigente: adesso, non domani, non dopodomani. Non sono più credibili i volti dei nostri stimati dirigenti, quelli che hanno passato vent’anni in Parlamento: a chi parla dell’immobilismo della politica bisogna rispondere con facce nuove e linguaggi nuovi.
Poi certo, si può anche continuare così: in fondo è andata bene, e poi a noi quei dirigenti piacciono, ci siamo affezionati, anche quando perdono (sempre). Ma se davvero la si pensa in questo modo, ci si assuma la responsabilità di non aver voluto cambiare le cose quando si era ancora in tempo, accettando di essere diventati conservatori.










